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| Cipolla, anfora luminosa, petalo a petalo si formò la tua bellezza, squame di cristallo t’accrebbero…....
Così si poteva dire di lei; ma come penetrarne il bocciolo senza intaccarne la polpa viva? Come decifrare il sentore, fatuo e complesso, che da quel fiore irradiava e che mi torceva le viscere? Perché quella vertigine doveva certo procedere da un motore torvo e possente, da un dispositivo arcano che di dentro la governasse, seppur stranamente.
Fu davanti una trota riversa nel piatto, vivanda fredda e perfetta, che tentai la prima mossa: allungando la mano sulla spalla di lei che mi stava di fronte cincischiando lattuga. E colsi via il primo petalo. Ciò che m’apparve fu una bocca increspata e una plica che scendeva ad incider la fronte. Nella protesta la voce, arrochita, come al primo risveglio. Certo, pensai, su tutti s’accumula la scoria del tempo, e s’incidono i solchi delle giornate cattive; ed è delle femmine, infine, riparare con artifìci le ferite di Cronos.. Oblique, le sue labbra sorrisero da dietro il bicchiere; sollevato, ripresi a raschiar via dalla trota l’argento.
Lei, quella sera, mi precedeva sul viale, violaceo il cielo, e ora posava altèra sotto un platano dalla grande chioma; così, mentre io ancora indugiavo al crepuscolo, già a lei apparteneva la notte. Solo i polpacci, lunghi e illuminati dal basso, tagliavano la tenebra in verticale. Come spade, pensai. E, dentro a quel buio, negli occhi le nuotava una luce.
Per questo, evitando lo sguardo adirato, distesi ancora il braccio traendo via d’un colpo il secondo suo petalo. E non era più velluto di rosa ma scorza, quello che vidi. S’udì un pigolìo ed un ansimare, e parve che quel corpo perfetto si ritraesse ad incontrar se stesso, come s’anella il serpente ad escludere il mondo.
Questa volta parlò e, sibilando, blandamente disse: lo vedo, tu m’ami, e io ti ho lasciato fin qui progredire ma per questo tuo amore, per quello che io pure ti porto, ti scongiuro di non proseguire.
Rivolsi lo sguardo al fiume e, dentro quello, vidi una radice affiorante dai gorghi; quasi bianca, come il midollo d’un albero, un tempo vivo, alla pendice del monte. Non so se fu quel biancore dentro l’acqua scura a spingermi all’atto; ma fu così che, ignorando lo spasimo che già m’artigliava, strappai la tunica geometrica e scabra del rettile. Vale a dire la terza apparenza. E sotto quella stava un Drago. Ti avevo avvertito, disse il Drago, ergendosi alto, è così sciocco cercare oltre i sensi l’essenza profonda dell’Essere Nostro. Perché in ciascuno, in me come in te, scavando a fondo, sempre un Drago potrai trovare. E l’amante d’un tempo risucchiò nelle sue viscere l’uomo che ero stato.
Brillava nel ventre del Drago come una sfera di luce e dentro quella s’indovinava una forma. Ora, finalmente senza timore, potei allungare per l’ultima volta la mano, cercando il contatto di quell’albume , e stetti così un po’ di tempo, a tentare il tepore di quella pellicola. Infine affondai leggero la mano dentro il chiarore e ne trassi il germoglio. E il germoglio spalancò occhi cerulei sul mondo: sei giunto, disse, io t’amo.
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